il pensiero critico

Non che l'impronta lasciata sulla mia idea della libertà dall'audacia del suo stile professionale fosse evidente allora; nessun ragazzo la pensava cosi, né sulla scuola, né sui professori né sul proprio conto. L'esempio di Murray, tuttavia, doveva avere nutrito una voglia incipiente d'indipendenza sociale, e io glielo dissi allorché, nel luglio 1997, per la prima volta da quando mi ero diplomato nel 1950, lo incontrai, già novantenne, mi per tutti gli altri versi sempre uguale all'insegnante di un tempo; oggi come allora, per lui il dovere realisticamente consisteva, senza autoparodie né melodrammi, nell'impersonare davanti agli studenti il motto dell'indipendente: «Non me ne importa un cavolo»; e nell'insegnare ai suoi ragazzi che per trasgredire non occorre essere Al Capone: basta pensare. - Nella società umana, - ci insegnava il professor Ringold, - la trasgressione più grande di tutte è pensare. - Il pen-sie-ro cri-ti-co, - diceva il professor Ringold, battendo le nocche sul piano delle cattedra per sottolineare ogni sillaba: - ecco l'estrema trasgressione -.
Dissi a Murray che sentire queste cose tanto tempo prima da un tipo virile come lui - vederle dimostrate da lui - mi aveva dato l'idea più precisa che potesse mai venirmi di cosa significava diventare grandi ..."


per la prima vota ho sentito alla radio un volontario affermare che la solidarietà, il volontariato, è un soddisfacimento di un proprio bisogno che fortunatamente coincide con alcuni bisogni altrui... Idem, io credo, per l'adozione: si soddisfa il bisogno di avere un figlio, al di là del bene del bimbo... che poi, magari, ne trae giovamento.