tra qualche giorno esce il film... da andare a vedere e soprattutto, sentire. Ci sono molti musicisti di strada, a Roma, che fanno piccoli concerti sui tram o nella metro o anche all'uscita di Feltrinelli o ad altri angoli di strada e che vale davvero la pena ascoltare...
Ecco un piccolo pezzo tratto dal film in anteprima:
"... Il libro che Hassan preferiva sopra ogni altro era lo Shahnamah, il Libro dei Re, un poema epico persiano del decimo secolo. Gli piacevano tutti i personaggi, ma il suo racconto preferito, e anche il mio, era quello del grande guerriero Rostam e del suo cavallo Rakhsh, veloce come il vento. Rostam ferisce mortalmente in battaglia Sohrab, il suo valoroso avversario, e alla fine scopre che Sohrab è suo figlio, da tanto tempo perduto. Distrutto dal dolore, Rostam ascolta le ultime parole del figlio morente:
“Se siete in verità mio padre, allora avete macchiato la spada con il sangue di vostro figlio. A questo estremo siete giunto per la vostra caparbietà. Mi sono adoperato perché volgeste il vostro animo all'amore, ho implorato che mi diceste il vostro nome, poiché in voi credevo di ravvisare i segni di cui mi aveva favoleggiato mia madre. Ma indarno ho fatto appello al vostro cuore, e ora è trascorso il tempo dell'incontro...”
«Ancora, Amir agha» mi chiedeva Hassan. A volte, mentre leggevo questo passo, i suoi occhi si riempivano di lacrime, e io mi sono sempre chiesto per chi piangesse, per l'infelice Rostam che si strappa gli abiti e si cosparge il capo di cenere, o per Sohrab che per tutta la vita ha desiderato solo l'amore del padre? Personalmente non coglievo il lato tragico del destino di Rostam. In fondo non è forse vero che tutti i padri nutrono il desiderio segreto di uccidere i propri figli?...
non mi so più la notte
groviglio di denti digrigno
di sogni accartocciati e fermi
avviluppati
al filo di vento che scioglie
il caldo e gela
il sudore
non la so più
questa notte chiara
quando cala il segno della luna
e centra
il cuore del cuscino
al sole gode la pelle
abbrustolita
arrovella l'iride
acceca
ogni agire e fermo
me ne sto... aspettando god...
non ti so più di notte
se vaghi nei miei sogni
se entri nel fascio della luna
o vivi la mia vita se
suggerisci un bacio o
interpreti il mio peggiore atto
se...
inaspettato! bello, vivo, vibrante... Da vedere e da ascoltare, fino ai titoli di coda.
a un certo punto, parlando del confronto con le vecchie canzoni di uno dei padri del nuovo corso hip-hop turco, uno di una band di artisti di strada - che suonano e vivono esclusivamente in strada - dice: "La strada è un campo neutro. Le diverse facce possono incontrarsi. Il manager con la valigetta si trova di fronte al poveraccio in cenci: noi allora ci facciamo sempre un po' più indietro, li lasciamo soli e loro devono parlarsi, risolvere da soli le loro posizioni... Ma la strada non è solo opportunità: è anche barriere, handicap, durezza, negatività. Sai cosa è il cemento? Una volta si cantava la poetica della metropoli. Ma il cemento non è altro, è cemento: è duro, basta appoggiarci la testa per capirlo"
Non la so più la notte tremenda anonimia di morte...
Una flotta di stelle approda al porto del mio cuore.
Espero, sentinella, risplendi accanto alla celeste
Brezza di un'isola che mi sogna
Metre annuncio dall'alto dei suoi scogli l'alba
I miei occhi ti fan solcare il mare abbracciato
Alla stella del mio cuore più vero: Non la so più la notte
Non li so più i nomi di un mondo che mi rifiuta
Leggo conchiglie foglie e stelle ciharamente
Per le vie del cielo superflua m'è l'inimicizia
A meno che sia il sogno a guardarmi ancora
Percorrere lacrimando il mare dell'immortalità
Espero, sotto la curva del tuo fuoco d'oro
Non la so più la notte che sia solo notte
Odisseo Elitis, "Sole il Primo", Atene 1943
Una poesia che mi viene dietro da anni e anni... da quando, adolescente, rubai questo libro allora sconosciuto dagli scaffali di una libreria, per caso e per sfregio... Così ho conosciuto Odisseo Elitis e non mi ha mai abbandonato. Non ricordo a memoria tutte le poesie, ma alcuni versi sì, come il primo e l'ultimo di questa poesia. E tornano continuamente a galla per la loro musicalità e il significato profondo. E così ho voluto offrirli ai miei amici...
Ho la sensazione di dover dare un violentissimo sganassone a tutto ciò che mi sta intorno. Un cazzotto e ricominciare daccapo... Ma insieme un'assoluta apatia. Come se qualcosa mi dicesse: aspetta.
Ho il terribile sospetto di sentirmi invischiato in situazioni non vere, di attendere qualcosa alla finestra. E la voglia di gridare qualcosa. Ma cosa?
Vedo anche tutto un po' nero, anzi peggio: grig(g)io. Ho il sospetto di aver butatto via l'opportunità di fare qualcosa "per il mondo". Di raccontare fatti lontani e fondamentali che nessuno sa. E di essermi invece seduto a parlare di cose frivole e inutili.
Lo so: cosa significa? Nulla... Appunto. però resta una sensazione di stordimento, abulia... e la voglia soffocata di tirare un gran cazzotto...