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giovedì, 04 ottobre 2007
il pensiero critico

"... Si sentiva la forza, in senso sessuale, di un insegnante liceale come Murray Ringold (maschia autorevolezza non viziata di commiserazione), e si sentiva la vocazione, in senso sacerdotale, di un insegnante liceale come Murray Ringold, che non s'era perso dietro l'amorfa aspirazione americana di sfondare, che - diversamente dagli insegnanti di sesso femminile - avrebbe potuto scegliere di fare qualunque altra cosa o quasi, e che invece aveva scelto, come lavoro della propria vita, di dedicarsi a noi. Per tutta la giornata non voleva far altro che occuparsi dei giovani che poteva influenzare, ed era dalle loro reazioni che ricavava la sua massima soddisfazione.
Non che l'impronta lasciata sulla mia idea della libertà dall'audacia del suo stile professionale fosse evidente allora; nessun ragazzo la pensava cosi, né sulla scuola, né sui professori né sul proprio conto. L'esempio di Murray, tuttavia, doveva avere nutrito una voglia incipiente d'indipendenza sociale, e io glielo dissi allorché, nel luglio 1997, per la prima volta da quando mi ero diplomato nel 1950, lo incontrai, già novantenne, mi per tutti gli altri versi sempre uguale all'insegnante di un tempo; oggi come allora, per lui il dovere realisticamente consisteva, senza autoparodie né melodrammi, nell'impersonare davanti agli studenti il motto dell'indipendente: «Non me ne importa un cavolo»; e nell'insegnare ai suoi ragazzi che per trasgredire non occorre essere Al Capone: basta pensare. - Nella società umana, - ci insegnava il professor Ringold, - la trasgressione più grande di tutte è pensare. - Il pen-sie-ro cri-ti-co, - diceva il professor Ringold, battendo le nocche sul piano delle cattedra per sottolineare ogni sillaba: - ecco l'estrema trasgressione -.
Dissi a Murray che sentire queste cose tanto tempo prima da un tipo virile come lui - vederle dimostrate da lui - mi aveva dato l'idea più precisa che potesse mai venirmi di cosa significava diventare grandi ..."
martedì, 02 ottobre 2007
la solidarietà...
per la prima vota ho sentito alla radio un volontario affermare che la solidarietà, il volontariato, è un soddisfacimento di un proprio bisogno che fortunatamente coincide con alcuni bisogni altrui... Idem, io credo, per l'adozione: si soddisfa il bisogno di avere un figlio, al di là del bene del bimbo... che poi, magari, ne trae giovamento.
Sono considerazioni sparse, ma utili - credo - a metter qualche piccolo punto fermo!
sabato, 09 giugno 2007

la verità
... E poiché non dimentichiamo le cose solo perché non contano, ma le dimentichiamo anche perché contano troppo (perché ciascuno di noi ricorda e dimentica secondo uno schema labirintico che rappresenta un segno di riconoscimento non meno caratteristico di un'impronta digitale), non c'è da meravigliarsi se le schegge di realtà che una persona terrà in gran conto come parti della propria biografia potranno sembrare a qualcun altro, che, diciamo, ha per caso consumato diecimila cene allo stesso tavolo di cucina, una deliberata escursione nella mitomania...
(da Philip Roth, Pastorale Americana, capitolo secondo)
venerdì, 08 giugno 2007
ma perché non cambiamo l'inno d'Italia?
I ragazzi di quinta elementare compagni di classe di mia figlia hanno fatto oggi una recita di fine anno e di fine ciclo. Hanno suonato e poi cantato l'Inno di Mameli precisando: tutte le sei strofe, compresa quella che dice che i figli d'Italia si chiamano Balilla. Beh, lì per lì non sapevo come potesse esserci scritto balilla. Poi ho cercato qualcosa e ho scoperto... l'arcano. Ora ve lo propongo. Poi i ragazzi hanno suonato e cantato La Canzone di Piero, di De André. Ma mi domando: perché non facciamo la Canzone di Piero come Inno d'Italia. Pensateci bene: ci descrive ed è pure meglio dell'Inno di Mameli... Eccovi le due:
Questo è il testo completo (e la musica) della poesia originale scritta da Goffredo Mameli, tuttavia l'inno italiano, così come eseguito in ogni occasione ufficiale, è composto dalla prima strofa e dal coro, ripetuti due volte, e termina con un "Sì" deciso.
Attualmente, inoltre, il ritornello è «Stringiamci a coorte, / siam pronti alla morte. / Siam pronti alla morte, / l'Italia chiamò» ripetuto due volte. Il resto della poesia richiama episodi rilevanti della lotta per l'unificazione dell'Italia.
Fratelli d'Italia [3]
L'Italia s'è desta
Dell'elmo di Scipio [4]
S'è cinta la testa [5]
Dov'è la vittoria? [6]
Le porga la chioma [7]
Ché schiava di Roma
Iddio la creò
Stringiamoci a coorte [8]
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò
Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi
Perché non siam Popolo
Perché siam divisi [9]
Raccolgaci un'Unica
Bandiera una Speme [10]
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò
Uniamoci, amiamoci
L'unione e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore
Giuriamo far Libero
Il suolo natio
Uniti, per Dio, [11]
Chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L'Italia chiamò.
Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano, [12]
Ogn'uom di Ferruccio [13]
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla [14]
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò [15]
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò
Son giunchi che piegano
Le spade vendute [16]
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute
Il sangue d'Italia
Il sangue Polacco [17]
Bevé col cosacco
Ma il cor le bruciò [18]
Stringiamoci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò
Sì (cantato)
Note
1. ↑ 1,0 1,1 Proprio perché il loro principale scopo era questo, assumevano un'importanza prevalente le parole rispetto alla musica, che fondamentalmente doveva solo essere orecchiabile per favorire la memorizzazione e quindi la diffusione delle parole. Per questo molti di questi inni sono solo "marcette", e non ha senso stigmatizzarne la bassa qualità musicale, proprio perché non è altro che la caratteristica del genere.
2. «Vieto in modo assoluto che si cantino canzoni o ritornelli che non siano quelli della Rivoluzione o che contengano riferimenti a chiunque non sia il DUCE.»
3. Il primo verso come era stato scritto da Mameli è «Evviva l'Italia»: fu cambiato da Novaro per renderlo più forte.
4. Scipione l'africano, vincitore di Zama, è portato ad esempio per la capacità della Roma repubblicana di riprendersi dalla sconfitta e combattere valorosamente e vittoriosamente contro il nemico.
5. L'elmo che l'Italia ha indossato è simbolo dell'incombente lotta contro l'oppressore austriaco.
6. La dea Vittoria.
7. Qui il poeta si riferisce all'uso antico di tagliare le chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che portavano invece i capelli lunghi. Dunque la Vittoria deve porgere la chiome perché le venga tagliata quale schiava di Roma sempre vittoriosa.
8. La coorte (cohors, cohortis) era un'unità da combattimento dell'esercito romano, decima parte di una legione. Questo riferimento militare molto forte, rafforzato poi dal richiamo alla gloria e alla potenza militare dell'antica Roma, ancora una volta chiama tutti gli uomini alle armi contro l'oppressore.
9. Mameli sottolinea il fatto che l'Italia, intesa come penisola italica, non è unita. All'epoca infatti (1848) era ancora divisa in sette Stati.
10. Speranza.
11. Francesismo, par Dieu, cioè da Dio o attraverso Dio: Dio è dalla parte dei popoli oppressi. Questo è uno dei (non molti) riferimenti a Dio che è possibile trovare nelle opere di Mameli.
12. La Battaglia di Legnano (29 maggio 1176), con cui la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa, qui simbolo dell'oppressione straniera.
13. Francesco Ferrucci, simbolo dell'Assedio di Firenze (2 agosto 1530), con cui le truppe dell'Imperatore volevano abbattere la Repubblica fiorentina per restaurare la signoria dei Medici. In questa circostanza, il Ferrucci morente venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino. È da notare come in seguito il nome maramaldo sia stato associato a termini quali vile, traditore, fellone.
14. Soprannome di Giovan Battista Perasso che il 5 dicembre 1746 diede inizio, col lancio di una pietra ad un ufficiale, alla rivolta genovese che si concluse colla scacciata degli austriaci, che da alcuni mesi occupavano la città.
15. I Vespri siciliani, l'insurrezione del Lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi estesasi a tutta la Sicilia dopo essere cominciata a Palermo, scatenata dal suono di tutte le campane della città.
16. Mercenari, di cui si attribuisce anacronisticamente l'uso all'Austria, non valorosi come gli eroi patriottici, bensì deboli come giunchi.
17. Anche la Polonia era stata invasa dall'Austria, che coll'aiuto della Russia l'aveva smembrata. Il destino della Polonia è singolarmente legato a quello dell'Italia: anche nel suo inno (Mazurca di Dabrowski) c'è un riferimento agli italiani, e dei soldati polacchi combatterono in Italia con le truppe alleate contro i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, partecipando anche all'assalto finale a Montecassino.
18. Un augurio e un presagio: il sangue dei popoli oppressi, che si solleveranno contro l'Austria, ne segnerà la fine.
QUESTA E' L'ALTRA
La guerra di Piero
(Fabrizio de André)
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
mercoledì, 23 maggio 2007
PENSIERI
Mi ha sempre affascinato l'immagine di Blaise Pascal che annotava ogni pensiero che avesse per lui un senso su un taccuino... Sono tanti i flash che ci bombardano ogni giorno e che se annotati avrebbero forse un senso più completo, tutti insieme...
Stamane, osservando - anzi, sbucciando e gustando - una nespola, pensavo che si trattava di una scorta di vitamina C una volta finito il periodo delle arance. Di qui ho pensato a quanta gente afferma: "La natura ci dà tutto quel che ci serve, dopo le arance ha fatto sì che fossero le nespole a darci la vitamina C che noi non possiamo sintetizzare". E c'è chi aggiunge spingendosi oltre: "Chi ha progettato la natura ha fatto davvero un bel lavoro" e ancora: "Dio ha costruito un capolavoro"... e via dicendo.
Beh, partendo da una nespola si può avere una rappresentazione ampia del mondo!
Più semplicemente, credo che l'uomo, armandosi di tanto ingegno nella sua perenne sfida alla "natura" , abbia scoperto che nella nespola c'è vitamina C e che è meglio mangiarla...
Certo, chi glielo dice ai bimbi del sael che il Grande Costruttore ha pensato tutto per loro?
domenica, 22 aprile 2007
Bisogna muoversi...
C'è un grande libro di Bruce Chatwin, ed è Anatomia dell'Irrequietezza. Fa riflettere molto. Soprattutto ragiona sull'idea che tutto non sia stato già scritto una volta per tutte e che l'alternativa è possibile (magari non probabile!). Insomma, lascia uno spiraglio di non adesione al pensiero unico...
... "La parola "rivoluzione", tanto offensiva per i persecutori di Galileo, era usata in origine per denotare il passaggio ciclico dei corpi celesti. La gente, quando si ostacolano i movimenti geografici, aderisce ai movimenti politici. Quando una dirottatrice rivoluzionaria dice: "Io ho sposato la Rivoluzione", parla sul serio. Perché la Rivoluzione è un dio liberatore, il Dioniso del nostro tempo. E' una cura per la malinconia. La Rivoluzione è la Via della Libertà, anche se il risultato finale è una maggiore servitù"...
B.Chatwin
venerdì, 13 aprile 2007
LO SO... BASTA ANIMALI!

Però... scrive bruno bettelheim ("la fortezza vuota"):
"ma io dubito fortemente che gli animali siano consapevoli di fare queste cose (ad es. battersi e dare la vita per i padroni) , sia durante che dopo la loro azione... Gli animali sanno dunque prevedere il risultato delle loro azioni. Dunque, sono in grado di agire e sono in grado di prevedere. Altrimenti il cane che ha mangiucchiato il tappeto non proverebbe timore al ritorno del padrone e non se ne starebbe acquattato in un angolo. perché sa di aver "causato" la punizione che gli verrà inflitta, o semplicemente perché ha imparato per qualche processo di condizionamento, che a determinati eventi ne seguono altri? Comunque sia, il cane non ha influenza alcuna sul decorso degli eventi: non può riparare il tappeto mangiucchiato, né può ripulirlo dopo averlo sporcato, e così si limita a grattarlo. questo è il punto.
Ciò che a mio avviso manca agli animali è la nozione o la convinzione di potere con le proprie forze, interferire nel corso degli eventi, una volta c he questi si siano messi in moto."
Mmmhhh... Parole pesanti, teorie che hanno un peso e che io difficilmente mi sbilancerei a dimostrare oggi... A meno che non parliamo di mondi chiusi. Nel senso: se un uomo tocca un neonato di gatto, lo accarezza, o un neonato di passero, lo accarezza e poi lo rimette nel nido, probabilmente la madre non riconoscerà l'odore e potrebbe lasciarlo abbandonato. E l'uomo cosa può fare? Non può lavare o pulire il cucciolo. Così come l'animale non può pulire il tappeto: è un'azione umana, creata su misura dall'uomo per sé. Ma quando oggi ero col mio cane, a correre, lui (anzi, lei, Melly) si è comportata molto diversamente da altre volte: poiché io correvo e lei che ci vede malissimo voleva starmi vicina, non si è messa a discutere con altri cani, ad annusarsi, o a litigare come avrebbe fatto normalmente. Lei ha fatto finta di nulla e non si è scomposta, non se li è filati. Ora: può darsi pure che sappia che a un evento ne segue un altro, ma come non pensare a questo atteggiamento come a un atteggiamento che mette insieme cognizione di spazio e di causalità e li mixa insieme a seconda del proprio bisogno e della propria situazione in quel momento?
mercoledì, 11 aprile 2007
IL MIO CANE RIDE...
Tra le discussioni più animate che mi siano ultimamente capitate, c'è quella sul riso dei cani. Non quello che si acquista nei pet shop... proprio il riso, quello che abbonda sulla bocca degli sciocchi. C'è chi dice: nooo! C'è chi dice: ma siii! E c'è chi dice: bah, forse... però, tutti si accalorano come se in gioco fosse in realtà un pezzo di sé. Io, dalla mia, dico che il mio cane, una dalmata di 13 anni, ride: la vedo e la sento. quando arrivo a casa e fa le feste, lei ride, senza dubbio.
Mi sono divertito a cercare qualche testimonianza. Indimenticabile la crociata contro il riso di Jorge, il vecchio e astioso monaco cieco che odiava il riso ne Il Nome della Rosa di Umberto Eco.
"il riso è la debolezza, la corruzione, l’insapidità della nostra carne"
E' la condanna del riso fatta nel libro settimo dell'opera di Eco.
Al di là delle analisi e degli studi sul riso e la fisicità nel Medioevo e in specie nei conventi del Medioevo, questa sorta di anatema contro il sorriso ricorre spesso. La vicinanza del riso alla bestialità, all'istinto puro è ciò che fa paura, specialmente in una cultura in cui fine dell'uomo è innalzarsi a Dio.
Ma se è bestialità, allora le bestie ridono?!
L'uomo, anatemi a parte, spesso si appropria della capacità di ridere in esclusiva.
"... solamente l’uomo ride
e nessun altro animale
Lui solo, e nessuno
avrebbe più da piangere...".
scrive il poeta Francisco de la Torre nella spagna del '600.
Poi, parlando con un amico letterato, andiamo a finire a citare Pirandello, che all'Umorismo ha dedicato un saggio.
"Il comico è appunto un avvertimento del contrario. ma se ora interviene in me la riflessione… ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico".
scrive lo scrittore siciliano ne " L’Umorismo".
Allora, avvertimento del contrario. Rispetto a cosa? Certo, siamo un momento prima della riflessione in senso puro. Ma sempre siamo in una fase pre-riflessiva dove il cervello e il pensiero si sono già attivati. C'è, un attimo prima, anche il riso del mio cane: quell'istante in cui prima del pensiero arriva l'istinto e con esso la risata liberatoria, uno scarico dei nervi. In effetti, è anche "avvertimento del contrario", rispetto a ciò che sta accadendo: l'arrivo del padrone rispetto al cane è una gioia, un fatto che rompe la solitudine e scatena emotività. La caratteristica che distingue il riso, infatti, è il suo legame con l'emotività: elemento questo che non è certo solo umano!
E come scrive Carlo Dossi nelle Note Azzurre (2.429):
"Il comico è riso, l’umorismo sorriso"...
e ancora meglio:
"...il comico è una provincia all'umorismo vicina, appunto come il tragico. - L'umorismo è il riso temperato col pianto - pioggia col sole - Eraclito fuso in Democrito".
Certo, probabilmente su questo terreno gli animali, il cane, non ci segue... così come noi non abbaiamo... o non possiamo più scondizolare!
martedì, 03 aprile 2007

Bel fumettone, tratto da un fumettone. Un'ora e mezza di fiction dove gli eroi di carta sono uomini. Ricorda un po' i massacri esagerati dell'Iliade. Specialmente se nel riadattamento di Baricco... Nel complesso, forse a volte un po' esagera nell'autocompiacimento sanguinolento e nei diaframmi di combattimento e lotta. Un colossal da albo moderno. Bei muscoli, qualche vaccino antivaiolo di troppo... divertente.
martedì, 20 marzo 2007

I Pulcini,
la Faina e il Lupo
C'erano una volta tre pulcini. Non si sa come, non si sa perché, si ritrovarono soli soletti ai margini del campo. Erano ancora bagnati, con le penne tutte appicicate al corpo e iniziavano appena a pigolare e si stringevano l'un l'altro per farsi caldo e un po' di coraggio. Mentre i tre piccoli pennuti iniziano a studiare le luci e i colori del grano che li circondava come un immenso mare dorato, da una fila di spighe fa capolino una faina, col suo musetto affilato e i dentini aguzzi ben nascosti sotto i baffi. «Piccolini, che tenerezza che mi fate - iniziò a blandirli la faina - cosa fate qui soli soletti?» I pulcini rimasero a guardarla con aria stupita. Cosí che la furba faina - fatto due più due - capì subito che i piccoli erano persi e sprovveduti, tanto da progettare un bel piano per la fine dell'estate. «Ora - pensa la faina - li conquisto con due coccole e mi faccio credere la loro mamma. Così si fideranno di me. E appena saranno un po' in carne, allora sì che mi sarò assicurata il cibo per i mesi più freddi!» Così i tre pulcini iniziarono a ridere e pigolare con la faina. E ai loro occhi era la mammina più tenera al mondo.
Solo uno dei fratellini, a un certo punto, provò a dire: «Ma non vi sembra troppo diversa da noi, la nostra mammina?» Gli altri non risposero neppure e continuarono a stringersi e a scaldarsi. Dopo qualche giorno, mentre la faina era fuori a cercar qualcosa da mangiare, al chiaro di luna si sentì un lugubre verso, un ululato che veniva dal cuore del campo di grano. I tre pulcinelli si spaventarono e si strinsero ancor di più. All'improvviso una figura imponente e maestosa sbucò di tra le spighe... I pulcini rimasero ammutoliti. E il lupo fece due più due, come la faina. «Questi sbarbatelli implumi me li lavoro perbenino e me li pappo quando avran messo su un po' di ciccia. Mi faccio passare per il loro papà e poi... Gnam! Li pappo uno dopo l'altro...» Così i giorni passavano, i pulcini crescevano e piano piano si spingevano ad esplorare il mondo fuori dal nido. A volte arrivava la faina. E quando lei era in giro, di notte, arrivava il lupo...
Qualche volta uno dei pulcini chiedeva agli altri fratelli se non trovassero strani quel papà e quella mamma, così diversi tra loro e da loro. Ma nessuno rispondeva, forse per pigrizia o magari solo per non starci su a pensare. Però il tempo passava e i tre fratelli se ne andavano sempre più in giro e i giri si allargavano sempre di più. A volte si spingevano oltre il grano insieme a due a due, ma più spesso si avventuravano da soli alla ricerca di granaglie e di vermetti appetitosi... Un giorno, però, di prima mattina, capitò che lupo e faina si trovassero entrambi al nido dei pulcini, ormai già grandicelli. Certo, visti insieme, uno accanto all'altra, quei due genitori tutto sembravano meno che papà e mamma dei pollastri! I due, dopo aver inizialmente tentato di denigrarsi e screditarsi l'un con l'altro di fronte ai "figlioli", capirono subito che sarebbe stato meglio allearsi e spalleggiarsi come genitori entrambi. Vabbè, avrebbero dovuto dividersi la "prole", ma sempre meglio metà che nulla! al cospetto di tanta sceneggiata, però, fu ai fratelli pulcini ormai polli che cominciarono a tornare quei dubbi che ciascuno di loro aveva più volte sentito dentro, ma che nessuno aveva avuto la voglia o la forza di condividere con gli altri... Tra di loro, così, si fecero spazio vieppiù il dubbio e la freddezza. Ognun per sé, sempre, ma comunque tutti nell'incertezza di quei parenti e sempre meno disposti ad accetar blandizie.
Da allora, ogni giorno di più i fratelli se andavano fuori dal nido oltre il campo. E ormai lupo e faina si davano il cambio, convinti che i polli fossero proprio polli, ma con la paura che l'altro "socio" rubasse per sé tutto il banchetto. Fu un giorno, dopo una notte trascorsa a meditare ognun per sé su quegli strani genitori, che i tre fratelli si scambiarono ognuno i propri dubbi. Ormai non solo covati, ma drammaticamente percepiti. E fu così che, uno alla volta, chi, con una scusa, chi con un'altra, i tre pollastri - ormai questo erano quei tre pulcini nati in mezzo al grano più di quattro mesi prima - si allontanarono e senza voltarsi mai indietro camminarono fino a sera, ognuno per la sua direzione. Non si incontrarono mai più. Ogni tanto ripensavano al nido e a quel calduccio. A volte pensavano anche ai loro strani genitori... Del resto, anche se alla fine ne ebbero gran paura, comunque per loro genitori lo furono, a modo loro. E alla fine la morale è sempre quella: meglio soli che cotti. Specialmente se si nasce polli!
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